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CAMERA 317


di PutoLoco98
22.11.2025    |    1.407    |    1 7.2
"Si ferma così vicino che posso sentire il suo profumo… leggero, pulito, non quei profumi urlati..."
Non so bene cosa mi passasse in testa quel pomeriggio.
Ero a Ibiza da due giorni, ancora con la testa mezza in aria, notti lunghe, musica ovunque.
Mi annoiavo sul letto dell’hotel e apro 3Fun così, per vedere chi c’era in zona.

Scrollo un po’, match qui e là, niente di serio.

Poi mi arriva un messaggio da un profilo quasi vuoto.
Zero foto in faccia, solo una frase in bio: “Non cerco gente che esita.”

Mi scrive:

“Se vuoi smettere di perdere tempo: camera 317. Non bussare.”

Nient’altro.
Zero emoticon, zero spiegazioni.

Mi ha colpito proprio perché non c’era quell’energia da “parliamo un po’ e poi magari ci vediamo”.
Era diretta, troppo diretta.

Io di solito non faccio mai robe così.
Mai.
Ma Ibiza ti cambia i limiti in un secondo.

Mezzo dubbioso, mezzo eccitato, mi alzo, mi do una sistemata e scendo.
L’hotel dove mi aveva dato la posizione era a dieci minuti a piedi.
Moderno, vetri scuri, luci rosa, gente bella che entrava senza guardarsi intorno.

Prendo l’ascensore.
Ci sono io e il mio riflesso nel vetro.
Mi viene quasi da ridere: “bro, stai andando da una sconosciuta di 3Fun che nemmeno ha la foto…”

Ma non torno indietro.

Arrivo al terzo piano.
Corridoio lungo, luci basse, moquette spessa, silenzio totale.
La 317 è proprio in fondo.

La porta è socchiusa.
Vuol dire che mi sta aspettando davvero.

La spingo piano.

L’aria dentro è diversa: più fresca, profumo leggero di qualcosa tipo pelle nuova o latex, non saprei.
La stanza è semibuia, c’è solo una lampada rossa sul pavimento.

La vedo subito.

È davanti alla finestra, di spalle.
Indossa un body nero lucido, aderente, niente di volgare ma… deciso.
Ha dei guanti neri lucidi che vanno oltre il gomito.
È ferma, immobile, come se sapesse esattamente l’effetto che sta facendo.

«Chiudi la porta,» dice, senza girarsi.

La sua voce è calma, tagliente.
Non è timida, non è agitata.
È abituata a comandare la situazione.

Chiudo la porta.
Mi avvicino di un passo, poi mi fermo.
Non so bene dove guardare, non voglio sembrare un ragazzino impacciato, ma lei non mi sta aiutando per niente.

Poi si gira.

Non completamente, solo quel poco che basta a vedere il suo profilo.
Luce rossa che le taglia metà viso.
Sorriso piccolo, controllato.

«Su 3Fun scrivono tutti tanto,» dice. «Tu sei venuto. Bene.»

Non so cosa rispondere, quindi sto zitto.
E forse faccio bene, perché lei sorride appena di più.

Fa due passi verso il tavolo e prende qualcosa.
Un cordino nero di seta, sottile.

Lo fa scorrere tra le dita, lenta.
Non guarda l’oggetto: guarda me.

«Questo non è un invito,» dice. «È un test.
Voglio vedere se capisci l’energia qui dentro.»

Poi cammina verso di me.
Ogni passo fa rumore quasi zero, solo un leggero fruscio.

Si ferma così vicino che posso sentire il suo profumo… leggero, pulito, non quei profumi urlati.

Non mi tocca.
Non ancora.
Mi guarda dritto negli occhi.

«Qui,» dice, «non serve fare il macho. Non serve fare il timido.
Serve solo una cosa: presenza.
O ci sei, o no.»

Mi cade l’ansia allo stomaco.
È come se avesse visto tutto di me in un secondo.

Poi mi passa lentamente accanto, sfiorando il mio braccio con il guanto.
Non è nemmeno un vero contatto: è un “quasi”.
E quel quasi mi manda più fuori di qualsiasi cosa.

Si ferma dietro di me.
Sento il suo respiro sulla nuca, leggero.

«Dimmi la verità,» mormora.
«Hai mai fatto qualcosa che non sapevi dove ti avrebbe portato?
Non sapevi se dire sì o no, ma… sentivi che sarebbe valsa la pena?»

Non rispondo subito.
È come se volesse farmi dire qualcosa che nemmeno io mi ero mai chiesto.

Poi finalmente riesco a parlare:

«Sono venuto.»

Lei annuisce, anche se non la vedo.
Lo sento nel modo in cui si muove.

«E allora resta.»

La frase non è un ordine.
È una scelta.

Rimane un secondo di silenzio.
Quello in cui capisci che la notte sta per cambiare completamente direzione.
Quello in cui senti il tuo cuore andare troppo forte ma non vuoi fermarlo.

Mi volto pianissimo.

Lei mi guarda, senza muoversi.
Stringe il cordino tra le dita come se fosse il punto di partenza di qualcosa che non sto ancora capendo.

«Benvenuto nella 317,» dice.

E lì ho capito che non era un incontro a caso.
Era una di quelle situazioni che ti restano attaccate anche quando torni a casa, una di quelle storie che racconti anni dopo e ancora ti viene la pelle d’oca.

Il resto di quella notte…
rimane nella 317.
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